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Scriviamo insieme la storia del Baglio
Gli interventi possono essere inviati all’indirizzo e-mail opificiodellearti@libero.it
Da Palermo Calogero Zuppardo A Camporeale, il paese dove sono nato, c’erano schiere di case contadine addossate l’una all’altra a formare strade rettilinee che ripidamente scendevano o salivano per la collina penetrando nella campagna arata d’autunno, seminata d’inverno, zappata in primavera e mietuta d’estate. Erano tutte uguali, fatte di pietrame informe e imbiancate con la calce. Al centro del paese, nella parte più alta della collina, dominava il baglio costruito dai Gesuiti tra il 1642 e il 1767. Costruito con solide pietre squadrate, era grande quanto mille casette; i muri mi sembravano altissimi e quello verso la vallata, dove i vecchi dicevano che c’era la torre crollata con un terremoto, era rafforzato da possenti contrafforti. Si entrava negli atri, dove c’erano le botteghe degli artigiani, da un grande arco con il trigramma nella chiave di volta. Con i miei numerosi compagni di gioco simulavo assedi e incursioni e mi spingevo tra mura pericolanti e cunicoli bui dove speravamo di trovare il tesoro. I nostri nonni ci raccontavano che nel baglio vivevano i Gesuiti che erano tanto ricchi da arare la terra con vomeri d’oro e che il re per invidia e per derubarli li cacciò dal Regno delle due Sicilie; ma essi riuscirono a nascondere il loro tesoro. I miei compagni di gioco avevano tanti fratelli, io invece ero figlio unico e assetato di compagnia.
Nel 1966 sono stato mandato a Palermo per studiare all’Istituto Statale d’ Arte, un bellissimo edificio del centro antico dove i laboratori di decorazione pittorica, arti plastiche, dei metalli e del legno si affacciavano in una grande corte porticata. Mi sembrò il Baglio come doveva essere al tempo dei Gesuiti. Tra i professori era forte il contrasto fra chi tentava di continuare la gloriosa tradizione del variegato artigianato siciliano e chi si spingeva verso avanguardistiche ed esterofile sperimentazioni. In ognuno era comunque forte la carica ideale di quegli anni, quando si credeva che contestando si poteva cambiare il mondo. La professoressa Sofia Cuccia ci voleva bene e amava la Storia dell’Arte che insegnava. Nelle sue lezioni esaltava il cantiere medievale, la bottega rinascimentale, le scuole romantiche come quella di Barbissau, razionaliste come la Bauhaus e poi il movimento Art & Crafts coltivando in me il desiderio di un luogo dove lavorare in compagnia. La mia tesi di laurea in architettura, guidata dal mio grande maestro e compianto amico prof. arch. Giuseppe Susani, è consistita nel rilievo del baglio e nello studio della vicenda dei Gesuiti. Mi sono appassionato e ho letto tutti i libri che, confiscati dal funzionario regio al momento dell’espulsione del 1767 sono conservati nell’archivio di stato che ha sede in un ex convento francescano confiscato dallo stato italiano dopo Garibaldi e l’Unità. Il professore, che era un convinto marxista ma rispettava e forse invidiava il mio essere cattolico, tentava di richiamarmi al realismo raccontandomi spesso degli utopisti dell’800 come Robert Owen. Ora capisco che aveva ragione perché il desiderio che mi covava dentro non poteva essere realizzato se non con un fattore che lui (forse) escludeva: la Grazia di Dio.
Nel 1983, seguendo la ragazza che ora è mia moglie, sono capitato al Meeting di Rimini. Qui ho visto che quello che desideravo, e che stava già diventando nostalgica utopia, era possibile perché presente in una "Grande e bella compagnia".
Centoventicinque anni di Compagnia
Nell'estate del 1642 sette fratelli della Compagnia di Gesù provenienti da Roma giunsero nella Valdibella, nei pressi dell'attuale Camporeale, e si insediarono nelle case del limitrofo piccolo feudo di Macellaro. Alle spalle avevano la prestigiosa Università Gregoriana dalla quale traevano una straordinaria visione globale della realtà: «Il bene quanto più è universale, tanto più è divino», si legge nella loro Costituzione approvata da appena 20 anni. Erano animati da straordinario entusiasmo perché vedevano che la fede diventava novità nella vita concreta e spinta verso intelligenti e innovative costruzioni.
Così, di stagione in stagione, quei fratelli e i loro successori, organizzarono un'azienda agricola di straordinaria efficienza instaurando nuovi rapporti di lavoro con i contadini, sperimentando tecniche di coltivazione e introducendo sementi e varietà arboree. Grande importanza attribuivano alla coltivazione dei vigneti, come dimostrano le tante spese per pagare innestatori, che facevano venire da molto lontano, annotate nei loro libri contabili. Il vino che producevano era di ottima qualità perché era destinato alle loro case sparse nel mondo e alle tavole più illustri che i loro superiori non disdegnavano di frequentare. Amavano l'arte e la ricerca ed erano amati dal popolo che aiutavano a crescere secondo la sua naturale indole laboriosa e attaccata alla terra e alla famiglia.
Nell'inverno del 1767, un Regio Decreto ne ordinò l'espulsione dal Regno delle Due Sicilie, un funzionario inventariò i beni confiscati e oltre a cantine, botti e stringitoi per l'uva, annotò quattro vigneti con complessivi centottomilacentottanta vigne.
I Fratelli della Compagnia di Gesù lasciarono un imponente Baglio, ricco di attrezzature, provviste e raffinate opere d'arte; un fertilissimo territorio del quale avevano scoperto la vocazione e, nel cuore degli uomini, il desiderio di felicità e la tenacia nel perseguire la perfezione.
Questa è l'eredità ideale e materiale raccolta oggi dalla Cantina Valdibella di Camporeale.
Dal sito http://www.valdibella.com/culturale.php
Da Camporeale Massimiliano Solano
La proposta di Calogero di partecipare al Meeting di Rimini mi è piaciuta subito. Inizialmente verrebbe da pensare cosa c'entrino i contadini con gli artigiani. Ma la risposta l'ho trovata proprio nell'impostazione originaria del Baglio. Il Baglio dei Gesuiti di Camporeale era il centro dell' attività agricola del paese, il luogo in cui veniva depositato il grano, il magazzino della Madonna era il centro di stoccaggio, che al tempo era alla base della vita della comunità. Era il luogo in cui si sono sempre incontrati contadini e artigiani, in cui veniva condivisa una parte importante della loro esperienza e della loro vita. In qualche modo mi sembra di riprodurre quella struttura sociale, e a me l'onore di rappresentare l'esperienza agricola dei Gesuiti di Camporeale che credo abbia rappresentato la fase agricola più florida, innovativa e socialmente sostenibile della storia di Camporeale.
Ma il Baglio c'entra una seconda volta. Durante il Meeting di Primavera, che Calogero organizzava a Camporeale nel 1986, partecipai ad un incontro dal titolo Il Vomere D'Oro se non ricordo male, seguì la passeggiata ecologica che quell'anno si concludeva alla Masseria La Montagnola. A quei due eventi partecipai con la mia allora fidanzata e oggi moglie, ma c'era anche Gino Girolomoni. Gino è un pioniere dell'agricoltura biologica, fondatore della Cooperativa Alce Nero e sempre impegnato nello sforzo immane di ridare la dignità ai contadini. Ma quella volta il seme cadde ma non germinò, avevo altri pensieri. Ci vollero ancora un po’ di anni, quando nel 1993 finiti gli studi in agraria, decisi di intraprendere l'attività agricola biologica. Ne parlai con Calogero e lui mi ricordò di quel momento e di quel relatore venuto da Isola del Piano. Andai a trovarlo e dopo quattro mesi fondai con altri amici la Cooperativa Makellon e nel 1998 la Cooperativa Valdibella.
Da Palermo Roberto Alabiso Ritornato da dodici mesi di leva obbligatoria, cercando un lavoro, ho vagato inutilmente tra vari studi di architettura, preparandomi contemporaneamente ai concorsi per la scuola. Di mattina lavoravo con mio suocero, abile imprenditore, vivendo con lui per alcuni mesi l'aria della fabbrica. Da mio padre che sapeva aggiustare quasi tutto e costruire gli oggetti più impensabili credo di aver ereditato e appreso quella naturale manualità, necessaria a fare l'artigiano. Così mi venne l'idea che avrei potuto aprire una falegnameria e produrre mobili attingendo alla ricca tradizione siciliana, mettendo a frutto, per progettarli, la mia laurea di architetto. Ma un giorno, nella bellissima bottega di un artigiano che continuava l'arte della vetrata, forse l'unico a Palermo, fui costretto a ripensarci. Ero rimasto affascinato da un materiale dai colori straordinari, che attraversato dalla luce mostrava, esaltandola, tutta la sua limpida e trasparente bellezza. Una sorta di metafora della vita. Per fare dei quadri che abbellissero la casa dove io e Teresa vivevamo da poco sposati, avevo ripreso dopo molto tempo a dipingere, così che subito compresi che con vetri e pennelli avrei potuto più facilmente realizzare ciò che desideravo, qualcosa di bello per me ma destinato ad altri. Così nel 1984 iniziai la mia attività, costituendo lo Studio Iride – vetrate artistiche al quale ha aderito subito dopo Calogero.
Nel 1988 mi trovai a dover scegliere se accettare una cattedra di ruolo nello Scuola Statale, o continuare l’attività intrapresa già da qualche anno con Calogero Zuppardo che si era coinvolto completamente nello Studio Iride. Decisi per la seconda alternativa, le commissioni crescevano in modo esponenziale, era finito infatti il prevalere anche in arredamento del razionalismo architettonico e dell’essenzialismo, si ritornava finalmente alla decorazione.
Palermo era stata una culla del Liberty, una stagione nei primi due decenni del Novecento che aveva visto i Florio, famiglia di armatori, protagonisti di una rinascita commerciale e culturale della capitale siciliana che ne faceva una città europea a tutti gli effetti. Le vetrate, i mobili, i pavimenti, le stoffe che si trovano ancora oggi nei villini liberty palermitani non sacrificati alla cementificazione, sono testimonianza di un periodo straordinario dove gli artigiani, lavorando a stretto contatto con artisti ed architetti raggiunsero frequentemente livelli di qualità così alti che oggi è raro trovare.
Ogni mattina andavo al laboratorio con l’entusiasmo di un ragazzino: gli esperimenti con il vetro, le prime prove di cottura delle grisaglie, i clienti che restavano affascinati dal nostro lavoro, ma sopratutto la compagnia di Calogero, che non perdeva occasione di raccontare a tutti quanto accadeva di bello ogni giorno allo Studio Iride, erano motivo perché le giornate non fossero mai uguali e si percepiva che ogni gesto, dal disegnare un bozzetto al tagliare un pezzo di vetro era fatto con l’intuizione che avesse sempre uno scopo più grande.
L’idea di comunicare ad altri quanto scoprivamo di noi stessi e della realtà fu il naturale sviluppo della nostra maniera di stare assieme che ognuno imparava nell’incontro personale con il carisma di don Luigi Giussani.
Cominciammo così ad incontrare altri artigiani, ma anche architetti, pittori e scultori o insegnanti, periodicamente ogni tre mesi circa, mettendo a tema la persona ed il suo lavoro, così da creare una rete di amicizie che potesse essere anche l’opportunità di un sostegno concreto, di collaborazione ma con lo scopo ultimo di non rimanere da soli nell’affrontare difficoltà e problemi che mai mancano. "Una compagnia dentro il nostro lavoro", così furono chiamati quegli incontri itineranti che si svolgevano a turno nei vari laboratori artigiani.
Nel frattempo Calogero conosce Americo Mazzotta, pittore fiorentino, che viene coinvolto come tale a dipingere le vetrate di una chiesa palermitana. Lo Studio Iride fa così un balzo in avanti, pertanto altre commissioni ci proverranno da altre chiese siciliane, sino alla realizzazione delle vetrate nella nuova chiesa di S. Giuseppe Lavoratore ad Auschwitz, che completano gli affreschi che lo stesso Americo realizza nell’abside e nella parete laterale.
Lavorare sempre più frequentemente nelle chiese ci spinge a ricercare ancora di più il significato del nostro lavoro. Calogero una mattina, guardando Francesco, uno dei giovani apprendisti diplomato all’Istituto d’ Arte, che dipinge il volto di San Sebastiano, si chiede come si possa rendere con i pennelli la santità. E’ una domanda che rimette tutto il nostro lavorare in discussione; i giorni successivi allo Studio Iride non si parla d’altro, ci si confronta, ci s’informa (non su internet perché ancora non c’è) si leggono testi sulla santità, ci s’impegna con la scuola di comunità, si cerca una risposta sui libri di Don Giussani, ci si muove insomma a tutto campo.
Americo, che si trova a Palermo per iniziare a dipingere i 200 mq di vetrate di Santa Margherita Belice, una mattina arriva allo studio con un libro di Suor Maria Gallo, "Iconografia ed Arte Cristiana", testo che ci suggerisce in qualche modo di cercare dei maestri che possano aiutarci ad accrescere le nostre conoscenze e per studiare insieme come dipingere il volto di un santo, ma di più come fare del nostro lavoro uno strumento per la comunicazione della fede cristiana.
Nasce così il primo Corso di Arte che si svolge a Cefalù nell’estate del 1994. Nello stesso anno a febbraio viene fondata l’Associazione Il Baglio che avrà lo scopo di proseguire l’intuizione di qualche anno prima dell’amicizia nel lavoro, arricchita dall’ esperienza fatta lavorando nelle chiese. Da allora tanti altri pittori, scultori, ceramisti, mosaicisti, vetratisti, architetti, musicisti, insegnanti, studiosi e critici ma anche semplici appassionati dell’arte si sono coinvolti con l’Associazione, facendo del Baglio un luogo di amicizia e stima reciproca di cui il primo seme è da cercare nel desiderio di un ragazzino che correva nelle campagne assolate di un paese al centro della Sicilia, fondato circa quattro secoli prima dalla Compagnia di Gesù.
Niente infatti, come dice il titolo di questo Meeting è più potente del cuore, quella natura che ci spinge a desiderare cose grandi.
Ed io oggi, dopo quasi trent’anni, continuo ancora a stupirmi mentre vedo affiorare su di un pezzo di vetro, pennellata dopo pennellata, qualcosa di nuovo che sempre accade ai miei occhi, così che non posso non riconoscere che la storia è fatta da un Altro, attraverso il compiersi dei nostri desideri più veri.
Da Firenze Americo Mazzotta Ho incontrato Calogero nel 1989, a Milano in una riunione di architetti della Compagnia delle Opere a cui partecipavo solo per obbedienza a Don Silvano Seghi. Da lì è nata una collaborazione con lo Studio Iride di Palermo per l'esecuzione di pitture su vetro. Poiché ci capitava di lavorare per la Chiesa, spesso affioravano discussioni, una delle quali sul volto dei Santi.
A me non piace molto discutere a vanvera; quella volta capitai in una libreria dove trovai un libro di Suor Maria Gallo proprio sullo sguardo dei Santi: lo portai allo studio e per me il Baglio è nato in quel momento; tutto il resto ne è stata una conseguenza a partire dalla considerazione che per fare una chiesa bisogna educarsi e per educarsi ci vogliono maestri autorevoli. Così il Baglio ha peregrinato a partire da Cefalù con mons. Crispino Valenziano poi a Roma con Don Massimo Camisasca, a Vienna con il Cardinale Christoph Schönborn, a Venezia con il Patriarca Angelo Scola, fino a Casamari dove ha incontrato mons. Mauro Piacenza, allora Presidente dell'Ufficio per i Beni culturali della Chiesa, e accompagnato nel tempo da mons. Negri, mons. Danzi, mons. Chenis, Padre Lepori, don Fantoni, don Carlo Rusconi e recentemente da Padre M. J. Zielinski. Nel tempo si sono avvicinate al Baglio altre realtà, come i corsi di disegno del prof. Alfredo Truttero di Padova e i Master in architettura, arti sacre e liturgia Unier-Apra, seguiti da molti associati. In questo che definirei un vero e proprio pellegrinaggio ho capito che una chiesa non si costruisce da soli, anche se geniali, che il desiderio di partecipare a questa impresa va accolto con attenzione e per questo verificato con la più grande attenzione guardando al magistero del Pontefice, che è il vero committente, e andando per fiori, se possibile, come da tempo vado dicendo.
Da Palermo Maria Zuppardo Mi hanno sempre detto: "Sei nata con il Baglio", "Il Baglio è nato grazie al fatto che tu stavi per nascere" eccetera. Me l'hanno sempre detto, credo più o meno da quando avevo quattro anni fino ad adesso. Sì, perché io sono nata nel 1994, sono la figlia del presidente e, secondo i racconti, mio padre avrebbe dato inizio a questa cosa grazie all'aiuto di mia mamma che, gravida e quindi non vincolata dal lavoro, aveva tempo libero per accompagnarlo in questa "fissa" che lui aveva sempre avuto e che si era incrementata dal rapporto con Roberto, Americo e chi più ne ha più ne metta. Me l'hanno sempre detto. E io non ho mai potuto evitare di provare una punta d'orgoglio. Orgoglio quando noto che la mia età va di pari passo con quella dell'Associazione e dei corsi (siamo al XVI LabORAtorio e io ho sedici anni!). Orgoglio quando mi è stato chiesto di scrivere questa storia perché più di me pochi possono conoscerla. Orgoglio. Non certo legato alla bravura di chi la dirige (posso assicurarvi che di bravura mio padre ne ha ben poca) e quindi alla riuscita di ogni cosa. Ma orgoglio perché riconosco che questa storia è così grande perché è guidata da un Altro che si fa carico della non-bravura e rende possibile la testimonianza (soprattutto, per quanto mi riguarda, attraverso dei volti) di quella bellezza che fin dall'inizio tanto il Baglio cerca. Anche se mi viene difficile dirlo, è pure grazie a questa compagnia che ho osservato fin da piccola, che a poco a poco sto acquisendo una consapevolezza così grande.
Da Milano Bruno Bozzini Caro Calogero,
rispondo alla tua richiesta di "10 righe" di memoria della nostra comunanza dentro il Baglio: che cominciò il 1994, ricordi?, a Cefalù, appena appena nata la tua Maria, che fu la cosa più bella di quei giorni anche per me, chiamato, tramite l'amicizia di Americo per il concorso delle "50 chiese per Roma 2000".
"10 righe" sono poche per tanti ricordi, ma sufficienti per quell' unico che mi preme davvero richiamare: 2007-Loreto - laboratorio di estetica.
Platone condannava l'arte perché, diceva press'a poco, la verità esiste, qualunque cosa possa significare questo termine, e allora è vincolante per tutti; ma, mentre la filosofia non è libera, l'arte pretende di esserlo.
Analogamente, anche se con ricchezza di teologo e delicatezza di padre, e senza condanne, Papa Benedetto XVI nella Cappella Sistina ci raccomandava l'arte come esperienza del vero non offesa, ma sostenuta dalla fede.
Il nostro lavoro del 2007 che cercò, come poteva, le ragioni per negare alla musa ancora pagana dell'arte di dire a suo piacere il vero oppure mentire, credo rimanga, pur senza eco, un fatto positivo del Baglio e, per quanto mi riguarda, sicuramente il più positivo.
Da Rimini Giuseppe Mazzotti Per sbaglio incontrai il Baglio.
Ho conosciuto la voce di Calogero attraverso la cornetta del telefono in un giorno, mi sembra, del 1996. Il mio numero l’aveva reperito dal comune amico architetto Francesco Baldi; lo scopo della telefonata era progettare una brochure di presentazione del suo studio di "vetratista" (questo, mi assicurò, era il giusto termine). Il progetto venne fatto in larga misura al telefono e via fax (internet allora non c’era) e la distanza non sembrava un problema insuperabile in quanto la voce diventò un metodo familiare di lavoro e conoscenza che si palesò in occasione dell’allestimento del suo stand al Meeting di Rimini.
L’anno successivo mi giunse un’altra telefonata in cui mi chiese se potevo studiargli la grafica quindi la "veste" di un corso di arte che da qualche anno aveva iniziato con alcuni amici artisti alla scoperta dei "Maestri" a cui poter attingere per capire meglio la propria professione in una compagnia operativa. Quell’anno, il 1998, si svolse a Roma. Il titolo era "Maestro dove abiti?"
L’anno dopo, la telefonata era per comunicarmi il nuovo titolo del corso: "Appartenenza e Creatività". Questa volta non resistetti alla provocazione di curare solo la grafica, intuendo che era una chiamata anche per me, che svolgevo l’attività di grafico in un gruppo editoriale, quindi gli confessai il mio interesse ad entrare a far parte del comitato organizzatori dell’associazione e così decisi di partecipare con tutta la famiglia al corso che quell’anno si svolgeva a Roma. Era il 1998 e nel programma si prevedeva la partecipazione all’Udienza generale con il Santo Padre Giovanni Paolo II. L’opportunità era talmente grande che, quando Calogero mi disse dell’idea di regalare al Papa un nostro manufatto, mi ricordai di un segno grafico a cui tenevo molto e che rappresentava in linee sintetiche il volto del Papa. Quando glielo proposi divenne il soggetto del "piatto" da realizzare che regalammo, attraverso le mani di mons. Camisasca, al Santo Padre!
Da qui capii che tutto può accadere, se il Signore lo vuole, e da allora ho partecipato a tutti i corsi insieme alla famiglia condividendo le sfide e l’eredità. La preparazione è spesso anticipata da interminabili telefonate con Calogero per la puntualizzazione grafica fatta a 4 mani e 2 fax che nel tempo sono diventate e-mail.
Molti sono gli sguardi incontrati: dai Card. Schönborn, De Giorgi, Scola e Comastri ai mons. Piacenza, Chenis, Danzi e Negri, a Padre Lepori alle Suore Maria Gallo e Maria Gloria Riva, lo stupore di amici (uno per tutti Nino Bambina). Ma la lista è senza fine, come la Meta a cui tende la vita.
Da Palermo Piero Accardi Sono nato nel 1953 da una famiglia di argentieri. Nonostante non abbia conseguito alcun titolo di studio, fin dall'età di otto anni ho avuto la fortuna di lavorare con gli ultimi grandi argentieri palermitani, eredi di un'antichissima tradizione, all'interno di una vecchia bottega gestita da mio nonno nel centro storico di Palermo. Ma alla morte del nonno la bottega venne chiusa, non essendo i figli interessati a continuare un'attività che sembrava essere destinata a scomparire del tutto, sostituita dal lavoro di fabbrica. Infatti io stesso, insieme a mio padre Vincenzo, sono andato a lavorare in fabbrica. Tuttavia, incoraggiato dal fatto che la gente dava fiducia a me e alla mia arte, mi sono ritrovato a resistere alle pressioni della mia famiglia che mi diceva di continuare in fabbrica perché il futuro dell'artigianato era lì. Dopo aver lavorato in diverse ditte conobbi argentieri importanti per me che mi spinsero ad aprire bottega. Adesso la mia ditta realizza manufatti ed effettua restauri soprattutto per chiese ed enti religiosi. Quando nel 1997 ho conosciuto Il Baglio, tutto pensavo tranne che gli sarei stato accanto per 15 anni fino ad oggi. Non lo avevo neppure cercato, mi ero lasciato convincere a partecipare al corso a Roma, e credo che fu la prima volta in cui ho partecipato ad una esperienza di questo genere. Così - ricordo - dopo il secondo corso a Roma, nel 1999, una sera andai a trovare Calogero per digli che ritenevo concluso il mio percorso con Il Baglio. La reazione fu quasi tremenda: Calogero mi costrinse a rimanere, e mai costrizione fu felice. Credo, invece, che il più bel periodo venne in seguito: è stata la prima volta in cui all'interno dell'Associazione mi sono sentito come un anello di una catena. Anzi, credo che la forza del Baglio sia proprio questa: ognuno si sente un anello di una catena, importante perché quella catena nel corso degli anni è diventata solida e sempre più lunga. Quanto è accaduto nel corso di tanti anni è stata una esperienza grandiosa e importante, tanto importante da potere dire tranquillamente che la vita sarebbe stata certamente più vuota. Ancora non si ha coscienza della grandezza e importanza degli avvenimenti fino ad ora vissuti; solo il tempo potrà rendere chiara la loro importanza, anche per i giovani che vorranno avventurarsi in una esperienza simile.
Da Alcamo Mario e Rosanna Schwarz La nostra storia, la storia di Rosanna di Alcamo e di Mario di Vienna, fa anche parte della storia del Baglio. E’ iniziata così.Io, Rosanna non sono un’artista, ma l’incontro con il Baglio ha alimentato in me il desiderio e la voglia di cercare e di godere la bellezza in ogni bagliore in cui si manifesta. Un pomeriggio, dopo un ritiro spirituale a Caltanissetta, incontrai Calogero Zuppardo, che mi chiedeva come stavo e alla mia risposta “bene, lavoro ad Alcamo e insegno tedesco” mi propose subito di andare a Vienna con gli amici del Baglio. Io non sapevo cosa fosse Il Baglio, ma mi sentii subito contagiata dall’entusiasmo di Calogero, che mi convinse a venire dicendomi che dovevo fare da interprete di tedesco tra gli artisti italiani del Baglio e quelli austriaci di Imago di Vienna. Il mio interesse per la lingua e la cultura austriaca trovava improvvisamente una bellissima opportunità. Io che avevo studiato e fatto la mia tesi di laurea sulla cultura mitteleuropea, mi trovavo coinvolta in una bellissima avventura di esperienze artistiche italiane e austriache concretamente a confronto. Nel corso d’arte tenuto a Vienna nell’agosto del 2001 partecipai così ai workshop di pittura, canto e musica, durante i quali ebbi l’onore di interpretare e di tradurre le esperienze degli artisti presenti. Provai una grande emozione all’arrivo a Vienna, quando il musicista viennese Werner Pelinka mi chiese di tradurre ai circa 90 partecipanti italiani l’introduzione a ogni pezzo che avrebbe eseguito al concerto di benvenuto con famosi brani di compositori viennesi per gli amici del Baglio. Conobbi così Werner Pelinka, Georg Stein, Ilse Pauls, Willi Bliem, Dieter Soyka, Emilia Maggio, Filippo Caramazza e tantissime altre persone interessanti italiane e non, tra le quali un certo professore viennese Mario Schwarz, che tenne una bellissima conferenza sull’arte gotica e che in seguito sarebbe diventato mio marito.
Invece io, Mario, viennese, mi ricordo bene di quando il mio amico Georg Stein, responsabile dell’Ufficio culturale dell’Arcidiocesi di Vienna, mi invitò a tenere una conferenza in occasione della visita degli artisti italiani del Baglio a Vienna, nel 2000. Per me, professore di storia dell’arte viennese, si trattava di un comune impegno per una conferenza da tenere. Fu invece entusiasmante sapere che avrei incontrato artisti italiani, vista la mia grande passione per l’arte e la cultura italiana. Già dal primo momento dell’incontro con questi italiani mi accorsi che si trattava di qualcosa di straordinario. Questo gruppo numeroso, non solo di artisti ma anche di gente con famiglie al seguito, mi trasmise subito un’immensa cordialità e una trascinante simpatia. Mi invitavano sempre a rimanere a pranzo con loro e non permettevano che me ne andassi. Mi resi subito conto che per loro l’arte cristiana non è solo un compito professionale ma un modo di vivere la bellezza, che caratterizza tutto uno stile di vita, che comprende anche la condivisione dello stare, del cantare, del mangiare e del bere assieme con la gioia e il senso della bellezza. In seguito mi chiedevo sempre più come mai non avevo incontrato prima persone così affascinanti. Conobbi Rosanna soltanto alla cena conclusiva del gruppo italiano a Vienna. Desideravo continuare questa genuina amicizia. Volevo sapere sempre più degli amici siciliani, e del loro modo di vivere. In questo conobbi Rosanna, la mia futura moglie.
Da Palermo Christine Phildius Un pomeriggio alla fine del 2000 vennero a casa mia a Misilmeri, piccola città a 15 km da Palermo, Calogero, Angela ed Americo e mi proposero di aiutare la segreteria del Baglio nell’organizzazione del VII Corso di Arte e di Iconografia Cristiana che si sarebbe svolto a Vienna l’anno successivo, il 2001. Accettai incuriosita e desiderosa che ciò potesse contribuire ad arricchire la mia vita e quella di mio marito, Saro, architetto.
Lavorando con Calogero, giorno dopo giorno, scoprivo un luogo dove l’amicizia avvolgeva tutti i rapporti e dove accadeva la corrispondenza di un desiderio: ricercare insieme la Verità, la Bellezza e la Pace per il Bene di tutti, nel lavoro e nella propria vita. Questo generava il confrontarsi sulle opere, il cercare di capire il proprio compito, il sostenersi nel concreto con consigli e proposte, il promuovere le attività di ognuno, condividendone le esperienze, il lavorare a più mani su un’opera commissionata, lo stare bene insieme malgrado le diverse appartenenze ecclesiali, il pregare gli uni per gli altri con l’Angelus quotidiano e il perdonarsi a vicenda.
Spesso mi stupisco come sia possibile che io, cresciuta in un ambiente prettamente protestante, impegnato in prima fila nelle chiese missionarie evangeliche, riformate e luterane, io con origini familiari tedesche, austriache, danesi, mi ritrovo a lavorare, nel mio piccolo, per la Chiesa cattolica universale in Italia!
L’arte mi era già familiare poiché mia nonna, formatasi all’Accademia delle Belle Arti di Vienna e mio padre, all’Accademia delle Belle Arti di Ginevra, dipingevano ma restava un fatto personale, solitario, non rivolto alla comunità. Mancava un compito comune, una compagnia di amici che li potesse sostenere, capire, che li aiutasse a crescere e sono certa che a loro sarebbe piaciuto appartenere al Baglio!
Da Mestre Angela De Luca Nel giugno del 1999, il giorno del mio compleanno, mi arrivò un depliant-invito del Baglio per partecipare al corso di arte ed iconografia cristiana a Roma: "Appartenenza e creatività". Stavo vivendo un momento particolarmente difficile in famiglia e la mia dimensione artistica in solitudine. L'andare a Roma mi sembrò un'occasione da non perdere, per uscire allo scoperto e confrontarmi con altre esperienze.
Iniziò così la mia avventura con il Baglio. Dopo Roma Vienna 2000-2001, per due anni Venezia 2002-2003 ecc. Ogni anno c'era sempre "qualcosa" che mi portava a partecipare ed il Baglio è diventato innanzitutto un luogo di amicizia. Come ogni esperienza ha presentato delle difficoltà, ma la realtà incontrata, essendo più grande, mi ha permesso di essere fedele, di non mollare. Importante è stata la mostra collettiva a Loreto "Crucis Mysterium" e l'amicizia con mons. Danzi. Ai tempi dell'università l'arte e l'artista erano un mito e persone del movimento continuavano a ripeterci che stile, tecnica, correnti artistiche sono in seconda battuta, prima c'è la vita. Posso affermare che nel Baglio sono cresciuta in questo: vivere il lavoro come dono da offrire, anche se non perfetto, ma come "segno"di qualcosa di più grande.
"Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date".
Dal Monastero Suor Maria Gloria Riva
I miei contatti con CL cominciano fra i banchi di scuola, fin dalle elementari. Poi le idee rivoluzionarie del '68 presero il sopravvento fino a che la mia migliore amica, frequentava con me il liceo artistico, proprio nel corso della maturità divenne ciellina. Nella nostra Scuola, tenuta da religiose, eravamo le più lontane rispetto alla fede. Qualche anno più tardi io entro in clausura fra le Adoratrici Perpetue del Santissimo Sacramento. In questo Monastero la fraternità di Comunione e Liberazione celebra costantemente la propria Messa mensile. È così che conosco Nino Bambina e rivedo – con la mia compagna di classe Simona – un’altra mia compagna di scuola, Donatella. Un giorno Nino, conoscendo le mie lezioni su arte e fede impartite occasionalmente ad alcuni frequentatori del Monastero, mi chiede di partecipare al Corso di Iconografia de Il Baglio. Mi racconta il fascino di questa parola e della vita che c’è dietro. Il suo racconto mi entusiasma anche perché avevo sempre auspicato per gli artisti il ritorno alla bottega, al lavoro insieme, allo scambio fecondo di informazioni e stimoli. L’avevo pensato ed eccolo qui ideato da un artista dell’altro capo della penisola, il siciliano Calogero Zuppardo, a me totalmente sconosciuto!
La clausura mi impedì di aderire all’invito, realizzai così per loro un filmato. Poi in modo del tutto imprevisto mi capitò di uscire per motivi legati al mio Istituto e di passare proprio nelle vicinanze di Casamari dove si teneva quella edizione del Corso di Iconografia (nel 2004). Fu un momento bellissimo! Accanto a volti noti e già amati quali monsignor Luigi Negri (allora semplicemente don Negri), Nino Bambina, Pasquale Lo Moro, Simona Redaelli, Donatella e suoi figli ne conobbi altri che diventarono immediatamente volti amici, sconosciuti eppure notissimi: Calogero Zuppardo, Francesco Baldi, Giuseppe e Vera Mazzotti, Americo Mazzotta, Maurizio Bellucci, Paola Ceccarelli, Niccolò Niccolai, don Carlo Rusconi e suor Maria Gallo ed altri ancora che lo spazio mi impedisce di elencare. Insomma fu lo straordinario incontro con una Compagnia alla ricerca del Bellissimo! Cominciavo proprio in quegli anni a pubblicare libri che disegneranno poi una svolta nella mia vocazione. In modo del tutto imprevisto, e per alcuni strani percorsi della storia, nel 2007 lasciai il mio Monastero, a Monza, per aprire nel Montefeltro, diocesi retta da S. Ecc. mons. Negri, un Monastero che accanto alla preghiera adorante del Santissimo Sacramento voleva riportare al centro della fede la Bellezza che sgorga dal Bellissimo. Ho sempre sentito e sento ancora Il Baglio come la naturale estensione "laica" di quello che io e la mia comunità stiamo facendo dal punto di vista strettamente monastico e spirituale. I rapporti con loro pur non frequentissimi mi sono cari e ad ogni incontro si rinnova il miracolo di quella familiarità a tutto campo che solo la consapevolezza di un’appartenenza può dare. Ciò che più amo del Baglio è la passione per la Chiesa, per la sua Liturgia, per la sua vita teologale che da sempre rappresenta l’habitat fecondo e stimolante dell’arte cristiana.
In questa compagnia, davvero, ciascuno apre gli occhi sulla mediocrità che ci circonda e sente il cuore risvegliarsi a quelle grandi cose per le quali è nato.
Da Palermo Emilia Maggio Tante volte avevo visto su Tracce la pubblicità dei Corsi di Arte e Iconografia tenuti dall'Associazione Il Baglio ed essendo un'artista figurativa la cosa mi incuriosiva un po', ma per anni non ho cercato di saperne di più, soprattutto perché non vivevo più in Italia ma in Inghilterra. Poi all'inizio degli anni '80 ho fatto amicizia con Silvana Ninivaggi (che poi è diventata scenografa per la RAI), con la quale sono rimasta in contatto fino ad oggi. Nel 2000 ci siamo trovate insieme a Roma, in occasione dell'incontro del Papa con gli artisti e Silvana (che aveva nel frattempo conosciuto quelli del Baglio e mi diceva: "Ma come, sei di Palermo e non li conosci?") mi ha presentato Calogero, un po' frettolosamente, perché il suddetto stava in quel momento salendo in pullman. Silvana era stata ad uno dei Corsi e ne era rimasta molto colpita. Una volta a Palermo, ho contattato Calogero e successivamente ho partecipato a due dei Corsi (Vienna e Casamari): un'esperienza eccezionale, non solo per ciò che abbiamo visto e fatto, ma per il modo un cui si lavorava insieme. Di fronte alle difficoltà sia logistiche che personali (i rapporti tra artisti generalmente sono grandi scontri di granitici ego) prevaleva l'unità tra di noi e l'ascolto dell'altro, moltiplicandosi le occasioni per imparare e mostrando la certezza del valore di usare i doni di ognuno. In quel periodo mi era stata affidata una commissione "più grande di me": il dipinto di un'Annunciazione per una chiesa. Il committente aveva più fede nelle mie possibilità di quanta non ne avessi io (questo era un grande quadro da cavalletto, mentre io di solito dipingevo miniature a tavolino!) e non volevo deluderlo. Ma sono stati gli amici del Baglio a mostrarmi un metodo di lavoro adatto alla realizzazione sia dell'opera che della mia persona. Prima di tornare definitivamente a Palermo ho realizzato un'altra commissione a soggetto religioso (un trittico sul significato dell'Annunciazione, con Eva, il peccato originale e Maria come Nuova Eva) proprio per un cliente dell'Opificio delle Arti (la ditta di Calogero Zuppardo), seguendo il suo incoraggiamento e le sue indicazioni riguardo al formato. Ho tante idee e vorrei fare tantissimo, ma ho imparato che la cosa che fa lavorare in modo più autenticamente creativo è il seguire una Persona che si manifesta attraverso l'amicizia di alcune persone.
Da Palermo Giusi e Cesare Capitti Qualche decennio fa incontrammo Calogero nella scuola che frequentavano le nostre figlie. Erano trascorsi almeno altri dieci anni dagli studi universitari. Contenti di avere ritrovato un caro compagno di università.
Restammo affascinati del suo lavoro, della sua umana semplicità, delle sue opere e dell'associazione appena fondata, che riesce a condurre con passione, sacrifici personali e grande spirito di umiltà.
Il Baglio non è una associazione qualsiasi, è un luogo concreto, condiviso per la promozione della bellezza, consapevoli tutti che non possiamo barare, barattare l'arte autentica (ispirata alla verità) con le tendenze della cosiddetta modernità.
Da Bagnocavallo Paolo Baioni Amato vetratista palermitano o giù di lì, voglio dirti, con mie paroline ciò che mi è data grazia di conoscere in questo tempo. Lo stare ri-uniti cristiano ha un solo scopo: la divina presenza. E' in gioco la fede, Cristo, il Signore è presente e servo totalmente orientato su ciascuno come punto terminale del suo amore, cioè del suo essere. Ma che mi importa come orientare i mattoni o come si opera con l'encausto o il vetro o di far bambocci con la terra!... Se Dio si orienta a me, mi raffigura, mi dipinge come non sono ma come mi vede il suo Amore, pone che ogni cosa sia trasparente e colorata della sua presenza, mi reimpasta e mi ricrea secondo il suo disegno? Il lavoro che mi ha insegnato e insegna l'esperienza del Baglio, tramite volti e presenze vere, mi ricorda che dipingendo ecc. ecc. pongo attenzione al desiderio di Cristo. Il Baglio è una scuola di amicizia, ci dici; e amico è chi mi ricorda che l'urgenza è vivere il Signore presente. Ma tutto è così, anche i "nemici" da amare. E che senso ho se non ricordare agli amici la presenza del Signore? Già da ora. Per il resto, ma non c'è resto, non mi importa un czz.
Da Silvia Ghiringhelli Disegnare, dipingere, modellare la creta sono da sempre per me la modalità, il linguaggio preferito con cui rispondere alla bellezza che intravedo nelle solite cose della realtà.
Un linguaggio artistico a me naturale, spontaneo, non solo: necessario come l’aria, ma non sufficiente, perché è come se per completare l’esperienza avessi sempre avuto bisogno, e l’aspettavo, di qualcuno che si fermasse a guardare quello che facevo e che si stupisse come me ne stupivo io.
Solo così quella ferita che andavo sempre più considerando come il sintomo di una malattia rara sarebbe diventata la voce di una vocazione.
L’incontro con Daniela è stato precursore di quello con gli amici del Baglio. Con lei ho cominciato da qualche anno una stretta collaborazione e un’amicizia. Fu lei quel giorno a trascinarmi a conoscere quelli che il mio pregiudizio considerava "i soliti artisti individualisti che sfruttano il meeting per farsi pubblicità".
Paola è stata una sorpresa! Ricordo la semplicità con cui mi si comunicava mostrandomi le foto delle sue opere, e il suo stupore nel sentirmi dire che non era necessario me le spiegasse, bastava guardarle! E poi tutti gli altri: Nazzareno, Maurizio, Elena, Americo, Marta, Marina…incontrati ai corsi di Arte e Iconografia Cristiana. Tutti in sintonia, con le stesse esigenze e desideri e, finalmente, con quella capacità di sguardo vero sulla realtà e sul loro e altrui lavoro di cui sentivo da sempre la mancanza.
Quanto hanno cambiato questi incontri la percezione di me! Non ero più definita da una malattia cronica da tenere sotto controllo, bensì da una vocazione a cui rispondere.
E come? Obbedendo alle sollecitazioni di ogni giorno, sostenuta dalla fedele Daniela con la quale, lavorando a stretto contatto, costituiamo una piccola particella di Baglio tra Busto Arsizio e Busto Garolfo. Il nostro operare insieme va dal giudicare l’opera altrui e lasciar giudicare la propria, al lavorare a quattro mani, all’offrire tempo, spazio, capacità e competenze l’una all’altra. Come anche al prendere insieme l’impegno di un’ordinazione condividendone le responsabilità e il portare la mostra che abbiamo realizzato sul tema del crocifisso in vari ambiti: scuole, parrocchie, feste popolari. Lavorare insieme è condividere molto, quindi, anche concretamente, ma non sarebbe interessante se all’origine di questa scelta ci fosse una convenienza misurata secondo il nostro corto criterio: quattro occhi vedono meglio di due, posso approfittare delle idee dell’altra, delle sue abilità, quindi ottengo un risultato migliore.
L’esito che sto cominciando ad apprezzare non è nelle opere ma in me stessa.
E’ vero, se riguardo alcune opere realizzate solo qualche anno fa mi paiono brutte e inadeguate, ma questo mi fa domandare: chi ci rende man mano più capaci? Chi ci cambia?
Chi se non una Presenza misteriosa ma reale che ci accompagna?
Così i piccoli passi avanti nel lavoro acquistano la valenza di segni.
Il nostro lavorare insieme diventa segno.
E’ questa la vera convenienza, è questo il bello!
Da Palermo Serafina Rossi Mi sono diplomata nel 1995 all' istituto Statale d'Arte di Palermo e mi sembrava impossibile continuare a coltivare la passione per l' arte perché il mondo del lavoro si presentava difficile e drammatico. Ricordo il giorno in cui, sfogliando le Pagine Gialle, cominciai a telefonare a vari laboratori di decorazione. Ero tanto desiderosa di trovare un lavoro che mi corrispondesse e, mentre facevo le mie telefonate, mi rendevo conto di quanto fosse difficile semplicemente iniziare un discorso con chi stava dall' altra parte del telefono. Quando, finalmente, mi rispose uno che cominciò ad ascoltarmi; era Roberto Alabiso, che mi suggerì di chiamare Calogero Zuppardo. Era il 2004. Da quella telefonata cominciai a lavorare nello studio di Calogero e a familiarizzare con il vetro, per me materia totalmente nuova e interessante per le sue caratteristiche. Le prime scoperte, la preghiera dell' Angelus e altri fatti mi riportarono indietro negli anni, ai tempi dell' Istituto d'Arte, quando, con la mia insegnante di Storia dell' Arte, Gabriella Di Blasi, ci davamo appuntamento durante la ricreazione per pregare l' Angelus. Scopro così che Calogero e Gabriella sono amici e ho finalmente modo di risentirla. Nel 2007 accade un fatto decisivo nella mia vita. L’incontro con un prete, amico di Calogero, che era a Palermo di passaggio dà una svolta al modo di guardare la realtà, il lavoro, i rapporti. Così tante intuizioni che avevo avuto in passato cominciavano a prendere forma, avevano il volto di Cristo e i suoi tratti inconfondibili si erano fatti presenti proprio in quel laboratorio, per me luogo Santo. Cominciai a lavorare con una passione mai conosciuta; finalmente il mio lavoro aveva un gusto e un fascino nuovo. Non sapevo che era possibile lavorare così, condividendo tutto, idee, fatiche e incomprensioni, come occasione di crescita.
Solo l'anno scorso mi sono associata ufficialmente al Baglio, ma vi ho aderito per sintonia praticamente da subito, perché si realizzava nel lavoro quello che sempre pensavo non fosse possibile, cioè collaborare mettendo insieme talenti, conoscenze e passioni per un progetto comune. Durante questi anni all'Opificio delle Arti quello di cui ho fatto esperienza è che ogni piccolo gesto, atto, o cambiamento è fatto per costruire la Chiesa, come l' idea di mettere una campana tra i due laboratori di Calogero e di Roberto che è il modo per richiamarci all' Angelus e poi la fenditura fatta nel muro comunicante dei due laboratori per facilitare il passaggio delle vetrate da infornare nel laboratorio di Roberto. Grata per questa amicizia che mi è stata data, riconosco la Presenza di Cristo e come Lui opera nella mia vita.
Da Firenze Caterina Gianuizzi Nel 2004 ero al Meeting e mi domandavo da tempo com'era possibile che non ci fosse nulla per gli artisti o aspiranti tali (come me). La risposta al mio desiderio fu che trovai un volantino del Baglio e su di esso l'indicazione del sito: www.ilbaglio.org.
Era il primo tentativo del sito del baglio. C'era una pagina di contatti e così scrissi. Mi rispose Calogero, che mi colpì perché per la prima volta in vita mia potevo raccontare della mia passione per l’arte e per la pittura ed essere ascoltata e compresa.
Nel 2005 accaddero due grandi avvenimenti: morirono il Papa e don Giussani. Il contatto via e-mail con il Baglio proseguì nel tentativo di guardare davvero, di stare davanti con tutta la mia umanità a quello che stava accadendo.
Negli anni successivi, per me che vivo a Firenze e quindi un po’ lontanuccio rispetto alla Sicilia, lo strumento della newsletter " Posta del Baglio", nella sua semplicità, mi è stato di continuo richiamo a una Bellezza che traspare nella nostra vita, non solo nell'arte. Nella vita, senza censurare niente.
Da Palermo Barbara Di Paola Non conosco bene la storia del Baglio (io sono socia da poco tempo), ma forse posso dire di conoscerne qualcosa perché conosco uno dei protagonisti della storia del Baglio: Calogero Zuppardo. Credo che quello che mi affascina di più del Baglio, e cioè la sua natura comunionale, abbia origine proprio da lui che vuole che le cose si facciano sempre insieme, così come ha voluto che insieme scrivessimo questa storia dell' associazione.
Dall'Austria Emmerich Pollhammer Per tanti anni ho avuto a che fare sia con l’arte figurativa sia con quella astratta, che si sono sviluppate in Austria nel secolo scorso. Ma questo non mi ha mai soddisfatto. Così sono arrivato per vie traverse all'arte sacra, grazie a dei lavori commissionatimi per chiese e cappelle e pitture sacre per privati.
Lavorare come pittore per me significa lodare il Signore, incarnare la bellezza e, soprattutto, essere consapevole di una grande responsabilità.
Ciò mi ha portato, tramite il Cardinale Christoph Schönborn, al gruppo di artisti IMAGO di Vienna, dove da alcuni anni ho acquisito esperienze di lavoro comune e di mostre collettive.
La prima volta che ho partecipato al Corso organizzato dal Baglio a Loreto nel 2006, è stato per me un'esperienza particolarmente bella. Qui ho scoperto quanto è importante lo scambio di esperienze tra artisti venuti da città diverse. Anche lavorare insieme per creare opere di alta qualità è stata ed è un'esperienza molto bella.
Così il gruppo IMAGO UNITATIS dà un contributo significativo alla promozione dell’arte sacra contemporanea in Europa.
Da Palermo Giuseppe Policardo
Il Baglio prima di essere un’associazione di artisti è un’amicizia cristiana declinata anche sui temi dell’arte e della creatività.
Un po’ da appassionato di pittura, mi sino rivolto a Calogero per acquistare un quadro e ciò che mi ha colpito particolarmente in tale occasione è stato il clima di confronto, di apertura, di paragone e sostegno reciproco che caratterizza il rapporto tra molti artisti ed amici di questa associazione: condivido con Calogero l’idea che questo clima è l’Humus che, alimentato da una profonda tensione all’Ideale , attraverso una sequela costante a Cristo ed alla Sua Chiesa, potrà, in un futuro più o meno prossimo, rigenerare lo splendore della tradizione artistica della civiltà cristiana; solo dentro lo spazio di una compagnia vera, vitale ed accogliente, l’uomo è infatti in grado di trovare quella dimensione di familiarità con il Mistero, che solo genera e crea.
Quella del Baglio è dunque una sfida ardita che richiede tempo e pazienza, lavoro serio e rigoroso e determinazione, ricerca appassionata e costante, ma soprattutto fede e speranza. Grato dell’amicizia.
Da don Massimo Camisasca Il Baglio è un miracolo. Non capita infatti se non raramente che degli artisti di discipline così numerose (pittori, scultori, ceramisti, mosaicisti, architetti, musicisti...) si incontrino con fedeltà tutti gli anni per quasi vent'anni. Ma ciò che più sorprende è il fatto che la loro non è puramente una convergenza di professionalità in vista di un lavoro comune. Il loro ritrovarsi, anche quando sono lontani, è sempre un avvenimento. Riconoscono che qualcosa o, meglio, qualcuno accade tra loro e dà un senso, una direzione, un'intensità inimmaginabile al loro lavoro. Certamente tutto ciò ha a che fare con don Giussani, con la storia da lui inaugurata, con l'esperienza della bellezza che egli ha portato tra noi. Come un fiume essa ha irrigato tanti terreni, che concorrono poi a formare un unico disegno. Uno di questi terreni è il Baglio.
Non sto parlando di un'amicizia angelicata. Come in tutte le cose della terra, ci sono tensioni, gelosie, difficoltà da superare. Ma non è questo forse il materiale terroso che noi sempre offriamo all'opera di Dio perché ne tragga l'uomo?
Non è facile vedere due artisti che collaborano tra loro. Figurarsi poi quando essi sono decine e decine. Il Baglio è per me una profezia ed anche una speranza, interamente affidata alla libertà di Dio e degli uomini, potrebbe anche spegnersi domani. Io mi auguro che possa crescere e svilupparsi ed offrire luce a noi, pellegrini sulla terra. |
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